Il Fondatore

FONDAZIONE ISTITUTO "mons. FRANCESCO TOMADINI"

Convitto per Studenti Maschile e Femminile

Il Fondatore

 

PREMESSA

 

Parlare della spiritualità di don Francesco Tomadini è un rischio: dire poco o nulla. In apparenza, almeno secondo i canoni ufficiali, non c’è traccia di spiritualità in Lui se la spiritualità di un prete la si deduce da quello che ha scritto, per averlo prima detto. Non c’è in giro (a parte il suo testamento) uno straccio di predica, una griglia di esercizi spirituali, un pezzo di lettera a chiunque, tanto meno un quadro pedagogico. La sua spiritualità sta tutta nel FARE bene il bene. E allora, se dovessi esprimere con un titolo ad effetto chi è stato il Tomadini, direi così:”Un prete secolare friulano che ha prodotto non carta ma carità”.

 

LA VITA

 

Francesco Tomadini nasce a Udine in “Piazza delle erbe” da famiglia benestante nel 1782. Orfano di mamma, il suo volto sarà velato da una patina di melanconia, il cuore trapassato da una vena di sofferenza mai superata. A 22 anni, nonostante che il padre fosse titubante, entra in noviziato dai Cappuccini a Bassano del Grappa. Ma dopo 9 mesi viene allontanato causa la malferma salute. Troppo fragile per la vita del convento…di allora. Vivrà 80 anni. Un record nell’800! Alla faccia dei giudici della sua incerta salute. A 26 anni, dopo 4 anni di intensi studi teologici, in casa, seguito da un sacerdote, diventa prete. Non ha studiato in Seminario. Sono belli i fiori di serra, ma anche quelli del campo hanno il loro fascino.

La bufera napoleonica costrinse l’Arcivescovo in carica a dichiarare Sua Cappella personale la Chiesetta del Cristo in centro città e a nominare il prete novello don Francesco RETTORE della stessa . Vi rimase oltre 40 anni. Subito si dedicò al suo dovere: confessioni, messe, devozioni, carità, confraternita, lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria. Le cose normali di una pastorale normale, grigia, monotona ma efficace come pioggia leggera ed insistente a primavera.

Ma un’idea fissa frullava nella mente del giovane prete: far tornare a Udine quei Cappuccini che l’avevano rifiutato (senza acrimonia) e che Napoleone aveva cacciati dalla città. L’operazione riuscì nel 1831. Fu un giorno di godimento spirituale per don Tomadini, che aveva dedicato energie, soldi e persino ore lavorative, operaio tra gli operai, per far su il convento di via Ronchi. Il merito andò tutto al Vescovo, che celebrò un pontificale megagalattico, di quelli di allora, che adesso ritornano. Lui, con lo stile scarno di chi rifugge dal protagonismo narcisista, rimase in disparte. E sarebbe rimasto (come dal 1808 al 1831) un bravo prete, un raffinato padre spirituale, un delicato confessore se le circostanze della vita non l’avessero “costretto” ad un dinamismo impensabile, dato il suo carattere schivo e la sua costituzione fisica. Il 1836 fu anno tragico per la città di Udine. Scoppiò il colera.... continua a leggere (scarica il pdf)

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